La servitù della Glera

Nel Medioevo, la servitù della Gleba era una forma di legame giuridico e sociale che univa un contadino (servo) a un fondo agricolo (gleba) e al suo proprietario (signore feudale).

I servi della gleba non erano schiavi ma neanche uomini liberi: erano considerati un tutt’uno con la terra che lavoravano e non potevano essere venduti separatamente da essa. Erano per sempre legati a ciò che coltivavano

, un po’ come i produttori di Glera ai giorni nostri, il fortunato vitigno che dà vita all’unica bollicina italiana con numeri da capogiro: il Prosecco.

2009: nasce il Prosecco DOC e con lui una nuova era

Il 17 luglio 2009 con l’istituzione della Denominazione di Origine Controllata Prosecco, e la conseguente nascita del Consorzio di Tutela del Prosecco DOC, segnò l’inizio di un percorso che trasformerà una produzione regionale in un fenomeno globale: oggi il Prosecco DOC è il vino italiano più esportato al mondo.

La Glera domina il paesaggio della denominazione e non parlo dal punto di vista paesaggistico (questo lo vedremo più avanti) ma con numeri alla mano dal Bollettino ufficiale del Consorzio Prosecco DOC di maggio 2025, emerge che

28.100 sono gli ettari iscritti all’albo DOC, di cui 24.450 coltivati a Glera e i restanti sono varietà complementari come Pinots, Chardonnay, ecc.

A livello nazionale, la Glera è passata da 12.043 ettari nel 2005 a 38.882 ettari nel 2022 (+26.800 ettari in 17 anni).

Una crescita che riflette la domanda crescente, ma anche una scelta strategica e produttiva che ha riposizionato interi distretti vitivinicoli.

Anche l’imbottigliamento è lo specchio del successo commerciale del Prosecco DOC: n

onostante una leggera flessione nella produzione tra 2022 e 2024, l’efficienza della filiera ha permesso di ottenere il record assoluto di imbottigliamenti.

Bollettino Maggio 2025 – Consorzio di Tutela del Prosecco DOC

Il successo della denominazione è trainato dall’estero: 82% delle bottiglie prodotte nel 2024 è destinato all’export con Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia come principali mercati. Solo il 18% del vino resta in Italia.

Il Prosecco DOC è oggi una delle bollicine più riconoscibili sul pianeta, grazie a una combinazione di prezzo accessibile, appeal internazionale e continuità qualitativa.

Il rovescio della medaglia

Tuttavia, come spesso accade nelle storie di successo, c’è un risvolto meno luminoso da considerare.

La crescita della Glera ha inevitabilmente trasformato il territorio. In alcune aree del Veneto e del Friuli, i viticoltori hanno scelto di reinnestare ceppi esistenti di Merlot o Cabernet Sauvignon con Glera, per aumentare la resa e rispondere alla domanda. Così, la Glera ha progressivamente sostituito molte varietà rosse, contribuendo alla crescente omogeneità varietale.

Chiamarla “servitù” è una provocazione. Nessuno è obbligato a coltivare Glera, ma il successo commerciale del Prosecco ha orientato decisioni, investimenti e politiche agricole.

Se da un lato ha aiutato a valorizzare un’area con una forte denominazione, non dobbiamo dimenticare che una concentrazione varietale eccessiva può generare rischi: vulnerabilità climatica, dipendenza dal mercato globale e perdita di biodiversità.

Il Prosecco DOC è un case history positivo del vino italiano, non a caso viene azzeccatamente chiamato “italian genio”. Il suo successo è il risultato del lavoro congiunto di viticoltori, cantine, consorzi e istituzioni. Ma proprio per questo, oggi si impone una riflessione sul futuro:

  • Come garantire resilienza in un contesto climatico ed economico mutevole?
  • Come tutelare il paesaggio e il capitale varietale?
  • Come restare competitivi senza diventare dipendenti?

La Glera non è un vincolo, ma un patto tra territorio e mercato. Una relazione che, come tutte le relazioni durature, va continuamente negoziata, adattata e custodita.

Eleonora

Scrivo dei vini che assaggio, delle cantine che incontro e di ciò che osservo e leggo attorno al mondo del vino. Sono anche sommelier, ma questo è solo un punto di partenza.

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