A Good Year: perché è (davvero) uno dei migliori film sul vino degli ultimi 20 anni

Di recente mi sono ostinata a cercare “A Good Year – Un’ottima annata” su tutte le piattaforme di streaming in mio possesso.

La ricerca è andata avanti per settimane, poi per mesi, fino al cedimento: ho investito € 4,99 per acquistarlo. Sì, acquistarlo, non noleggiarlo. Il che dovrebbe significare che è mio per sempre, anche se  non ho avuto la pazienza di leggere attentamente la sezione “termini e condizioni”.

Perché avessi fretta di rivederlo? Non so spiegarlo.

Credo di averlo guardato almeno cinque o sei volte nella vita. La volta che ricordo meglio è quella tra le colline di San Pietro di Feletto, con una cara amica e una bottiglia di ottimo vino (francese, ça va sans dire) a farci compagnia. Un momento perfetto, che ha trasformato questo film in una sorta di madeleine (per restare in Francia): un ricordo sincero, speciale, una coccola per me.

Chiariamo subito una cosa: non è un film educativo. Se cercate informazioni tecniche sul vino, fareste meglio a spendere i vostri € 4,99 altrove. Di vino si parla poco, e ancora meno in modo sensato (Max beve cognac a cena, così per dire). Ma è proprio questo il punto.

A Good Year non vuole spiegare il vino. Vuole farcelo desiderare.

Il film, diretto da Ridley Scott, è tratto dall’omonimo romanzo di Peter Mayle, scrittore inglese che ha dedicato gran parte della sua produzione alla Provenza. E no, non ho letto il libro e temo che farlo potrebbe rovinare per sempre l’immagine di Russell Crowe, in giacca e cravatta, mentre nuota in una piscina piena di melma per colpa della bellissima Marion Cotillard.

 

Ma andiamo con ordine.

Max è un uomo di successo: trader londinese, stacanovista e spietato. Un giorno riceve una lettera. Lo zio Henry è morto, lasciandogli in eredità una villa a Lourmarin, in Provenza, con 11 ettari di vigneto. Cosa pensa di fare con questa eredità un uomo di finanza? Vendere, ovviamente. Così Max si precipita in Provenza per un appuntamento con il notaio, ma appena arriva lì si scontra con il ricordo del Max bambino, orfano di genitori, che passava le estati con lo zio Henry a giocare a tennis e assaggiare vino. Quei luoghi e tutti quei ricordi, iniziano a scombinargli i piani.

Lo zio Henry (interpretato da un meraviglioso Albert Finney) è il protagonista che ci ricorda che possiamo comunque considerarlo un film sul vino grazie alle perle che dispensa qua e là:

“Io amo fare il vino perché questo nettare sublime è semplicemente incapace di mentire. Vendemmiato presto o tardi, non importa: il vino ti bisbiglierà in bocca, sempre con completa e imperturbabile onestà, ogni volta che ne berrai un sorso.”

E ancora:

“In Francia è sempre chi possiede la terra che fa il vino, anche se non fa nulla di più che osservare col binocolo dalla finestra del proprio studio.”

L’ultima, poi le altre le trovate su Wikiquote:

“Al terroir non bastano il sole e la pioggia. Ha bisogno di armonia, di equilibrio.”

Il film gioca con tutti i cliché più amati: i francesi detti mangiarane, la cugina americana dolcemente sprovveduta, il vignaiolo burbero che vive tra le vigne da vent’anni e le considera il bene più prezioso della sua vita.

Max, all’inizio, è come deve essere un inglese d’ufficio: rigidità e controllo. Poi arriva nello château e, inevitabilmente questa sua immagine si sporca. Dapprima letteralmente perché mangia un pomodoro crudo con la camicia bianca. E poi platonicamente, perché non si può restare a lungo immuni al fascino della campagna provenzale.

Certo, c’è anche una storia d’amore (come in ogni buona commedia) ma A Good Year non ha bisogno di troppi artifici per risultare romantico. Gli bastano la luce dorata della Provenza, i silenzi della villa in campagna, la pace dei vigneti.

E allora sì, forse A Good Year non è davvero un film sul vino.

Ma riesce a ricordarci perché il vino ci emoziona: perché certe bottiglie hanno il potere di riportarci a un’estate precisa, a una risata, a una seconda possibilità.

Ed è per questo che, almeno secondo me, resta uno dei film più belli sul tema degli ultimi vent’anni.

Eleonora

Scrivo dei vini che assaggio, delle cantine che incontro e di ciò che osservo e leggo attorno al mondo del vino. Sono anche sommelier, ma questo è solo un punto di partenza.

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