Se a un gioco a quiz chiedessero “tipico vino di Treviso“, è probabile che le caselle a disposizione siano solo 8: “PROSECCO“. Forse 6, se leggermente rivoluzionario: “RABOSO“.
Eppure esistono, o meglio, esisterebbero altri vini che rappresentano meglio questa fortunata area vinicola. Vini nati da sperimentazioni e studi: gli Incroci Manzoni dell’omonimo professore Luigi. Oggi talmente di nicchia che riescono a raccontare più una storia che un territorio.
Come ogni invenzione che si rispetti, anche questi vini, creati tramite innesti, sono nati da una necessita: combattere la fillossera. Manzoni non ci riuscì, ma i suoi esperimenti furono comunque fruttuosi, grazie anche all’incontro con i Collalto.
Non avevo mai approfondito gli Incroci Manzoni, finche per caso mi sono imbattuta nel portfolio della cantina Collalto a Susegana (TV).
Oggi infatti sono gli unici (per quanto risulti dalle mie ricerche, liberi di smentirmi) a proporre una produzione di Manzoni cosi vasta.
Come mai?
Le sperimentazioni di Manzoni incrociarono, è proprio il caso di dirlo, la famiglia dei Conti Collalto, ricchi proprietari dell’omonima cantina e del castello di San Salvatore, con dominio su Susegana e Conegliano. I Collalto diedero a Manzoni ciò di cui aveva bisogno: ettari per i suoi studi (e altri tipi finanziamenti ma di soldi non è bello parlare neanche nel vino). È semplicemente così che i cloni di Manzoni sono arrivati al giorno d’oggi.
Il legame, l‘incrocio tra loro, è talmente forte che oggi da Collalto è presente una degustazione interamente dedicata a queste referenze: sono andata ad assaggiarle.
Prima di iniziare, una curiosità sulla lettura dei nomi numerici dei Manzoni: il primo numero indica la posizione del filare (per esempio, filare numero 6), lo zero è un’indicazione temporale e si riferisce alla meta degli anni ’30 (dove manca siamo negli anni ’20), l’ultimo numero indica la posizione della pianta sul filare (quindi pianta numero 13 del filare 6).
La degustazione inizia con Violette Manzoni Moscato noto 13.0.25, un piacevolissimo extra dry, profumatissimo al naso e che si apre in bocca senza risultare stucchevole; prosegue con Rosa Bianco, il Manzoni Rosa noto come 1.50, poi Manzoni Bianco 6.0.13 e una particolarissima chicca: “Schenella“, l’ultimo esperimento di Collalto, ovvero il Manzoni 6.0.13 affinato 12 mesi in barrique di primo passaggio. Si conclude con Manzoni Rosso 2.15.
La ricercatezza, l’armonia e l’eleganza degli Incroci Manzoni sono indubbie. Non ho intenzione di fare una recensione dei vini: ciò che mi ha colpito davvero è la perseveranza con cui Collalto continua questa produzione (di Schenella, vuoi perché è un esperimento, vuoi perché è l’ultimo arrivato, hanno prodotto solo 1000 bottiglie) e con cui non intende fermarsi, arrivando forse a tentare un metodo classico anticipando la vendemmia e sfruttando la buona acidità del vitigno.
Tutto per mantenere viva la memoria storica di ciò che accadde circa cent’anni fa tra Susegana e Conegliano.
Questo è davvero l’aspetto del vino che preferisco: non è guadagno facile, non è produzione forzata. È avere cura di ciò che è stato e mantenerlo vivo. Come quando recuperi la vecchia ricetta della nonna e la cucini. Di nuovo e per sempre.
